MEMORIA STORICA E ANALISI DEI CONFLITTI ODIERNI
Analisi di Manlio SCOPIGNO
Direttore del Centro Studi Esercito, Responsabile della Formazione di Krysopea
L’insegnamento della Storia negli istituti di formazione scolastica è quasi unanimemente giudicato indispensabile per ricordare gli eventi che hanno segnato il passato, diventando una “bussola etica” per le nuove generazioni, con particolare riferimento alla comprensione dei conflitti odierni. Tuttavia occorre fare chiarezza: una indagine scientifica sui conflitti contemporanei non può prescindere da una visione che comprenda anche altri aspetti (geopolitici, economici, antropologici, filosofici) oltre che quelli storici, e in ogni caso dovrebbe integrare la profondità dello studio storico con l’elaborazione di regolarità sistemiche, volte all’individuazione di vere e proprie leggi universali.
La storiografia moderna, pur non essendo una scienza esatta, agisce come un laboratorio analitico in cui è possibile rintracciare costanti strutturali che tendono a ripetersi indipendentemente dalle epoche o dalle tecnologie vigenti.
Il fulcro di questa ricerca di regolarità risiede nella tradizione del realismo politico, che interpreta la guerra come una conseguenza ineludibile della natura anarchica del sistema internazionale, privo di un’autorità superiore capace di dirimere le controversie tra gli attori.
Già Tucidide, nella sua opera fondamentale “La Guerra del Peloponneso”, individuava la causa profonda del conflitto nell’inevitabile attrito tra una potenza emergente e una egemone, dinamica oggi definita come “Trappola di Tucidide”. Questa legge universale evidenzia come la paura e la necessità di sicurezza prevalgano sulla razionalità diplomatica, portando i sistemi verso scontri catastrofici.
In epoca moderna, ho spesso citato invece politologi della scuola realista come Kenneth Waltz in “Theory of International Politics” il quale ha formalizzato il concetto di “dilemma della sicurezza”, spiegando come, in un sistema privo di governo globale, la ricerca di difesa di uno Stato generi automaticamente insicurezza negli altri, innescando spirali di armamento indipendenti dalle intenzioni dei singoli leader.
Più precisamente, come evidenziato dal realismo offensivo di John J. Mearsheimer ne “The Tragedy of Great Power Politics”, le grandi potenze sono strutturalmente costrette a comportarsi come massimizzatori aggressivi di potere per garantire la propria sopravvivenza, rendendo la pace perpetua un’illusione teorica.
A questi fattori strategici vanno affiancate le dimensioni identitarie e culturali — nazionalismo, religione, etnia — che l’antropologia insegna essere motori autonomi e non semplici maschere di interessi materiali. Inoltre, la “teoria del ciclo egemonico” elaborata da Robert Gilpin in “War and Change in World Politics”, sottolinea come il conflitto emerga quando il disallineamento tra il potere reale di una nazione sfidante e i privilegi dell’ordine costituito diventa insostenibile, portando inevitabilmente a una guerra egemonica per la definizione di una nuova gerarchia globale.
L’esistenza di dinamiche comuni alle varie epoche storiche non sarebbe comunque sufficiente a stabilire una relazione scientifica su ciò che esse dimostrano ed i risultati che si vogliono ottenere. Del resto un elemento critico che ostacola la risoluzione dei conflitti è la fallace convinzione che i valori della cosiddetta “civiltà occidentale” — libertà, uguaglianza giuridica, democrazia liberale — siano universalmente condivisi o desiderati da ogni popolo. Storicamente, l’Occidente non è un dato immutabile ma una costruzione dinamica stratificata, emersa dalla Pace di Westfalia e consolidatasi con le rivoluzioni atlantiche tra il XVII e il XVIII secolo.
Sebbene documenti come la Carta delle Nazioni Unite abbiano tentato di elevare questi principi a patrimonio comune dell’umanità, tale pretesa di universalità genera una tensione intrinseca tra l’aspirazione ideale e la realtà delle divergenze culturali e geopolitiche. È profondamente pericoloso presupporre che l’adozione forzata di modelli politico-economici occidentali possa garantire stabilità globale; al contrario, la proiezione egemonica di tali valori su contesti differenti rischia di essere percepita come una pressione ideologica, alimentando ulteriori resistenze e instabilità, confermando che la comprensione della pace richiede una consapevolezza onesta e critica della diversità dei modelli di organizzazione sociale e politica.
Manlio SCOPIGNO
Direttore del Centro Studi Esercito
Responsabile della Formazione di Krysopea
