domenica, Ottobre 18, 2026
Geopolitica

Oltre la cortina ideologica: il ritorno del Rimland e la logica della potenza

 di Manlio SCOPIGNO, Direttore del Centro Studi Esercito, Responsabile della formazione di Krysopea

Mi sono appena immerso nella lettura del saggio di Gianni Vernetti “Il Nuovo Grande Gioco”[1] che ho trovato estremamente interessante e che mi ha spinto ad approfondire la visione prospettata dall’autore con l’altrettanto puntuale saggio di Anne Applebaum “Autocrazie”[2].

Entrambi i saggi tendono a interpretare la crescente instabilità globale attraverso una lente binaria: uno scontro mortale tra Democrazie e Autocrazie. Secondo questa visione, una nuova “cortina di ferro” starebbe calando sul mondo, separando un blocco liberale e pluralista da un “cartello” di regimi repressivi guidato da Pechino e Mosca.

Questa narrazione cattura sicuramente la reale incompatibilità dei valori in gioco, tuttavia ritengo che non si possono dimenticare i dettami della Geopolitica classica di Mahan[3], Mackinder[4] e Spykeman[5] che mantengono ancora oggi una chiave di lettura sorprendentemente chiarificatrice. Se a questi vi aggiungiamo le tesi di Mearsheimer[6] sull’equilibrio di potenza, otteniamo un quadro che ci suggerisce che la radice del conflitto non sia squisitamente ideologica, ma spaziale e strutturale. La vera linea di faglia non è una questione di “modelli di governo”, ma la contesa per il Rimland.

Se Mackinder individuò nell’Heartland (il cuore dell’Eurasia) il “perno geografico della storia”, Spykman precisò tale visione sostenendo che il vero centro del potere mondiale risiedesse nel Rimland, quella fascia periferica e anfibia che circonda la massa continentale euroasiatica. Chi controlla il Rimland controlla l’Eurasia, e chi controlla l’Eurasia controlla i destini del mondo.

L’attuale “nuova cortina di ferro”, descritta da Vernetti, ricalca quasi millimetricamente questa fascia: dall’Europa orientale all’Indo-Pacifico, passando per il Medio Oriente. La Russia, potenza terrestre dell’Heartland, tenta di rompere il suo isolamento storico cercando sbocchi stabili nel Rimland europeo (Ucraina) e mediterraneo. Parallelamente, la Cina utilizza la Belt and Road Initiative come strumento per connettere l’Heartland al Rimland, trasformando la sua potenza economica in proiezione di influenza marittima.

Il punto cruciale è che questa dinamica prescinde dalla natura dei regimi politici.

Come sostiene Mearsheimer, gli Stati sono mossi da una logica di sopravvivenza in un sistema internazionale anarchico. In questa prospettiva, anche se Russia e Cina fossero democrazie liberali, le loro traiettorie strategiche non muterebbero sostanzialmente: la Russia cercherebbe comunque zone cuscinetto per proteggere il suo vulnerabile “ventre molle” continentale, e la Cina cercherebbe di rompere il contenimento marittimo statunitense per assicurarsi l’accesso agli oceani.

Mi sento di dire che il concetto recentemente introdotto da Dario Fabbri di “Geopolitica Umana”[7] rafforza in qualche modo questo concetto, sottolineando l’irrilevanza dei leader e delle istituzioni rispetto allo spirito dei popoli. Le nazioni agiscono come organismi antropologici mossi da traumi, ambizioni e necessità geografiche secolari. Il popolo russo, indipendentemente da Putin e dalla sua cricca autocratica, vive con un complesso binario di superiorità e inferiorità che lo spinge a percepire l’espansione occidentale come una minaccia esistenziale alla propria “Gloria” e rango storico.

Oggi Cina e Russia non sono in competizione perché condividono l’obiettivo tattico di scardinare il predominio degli Stati Uniti (la potenza marittima egemone) lungo il Rimland.

Tuttavia, questa “amicizia senza limiti” è destinata a infrangersi contro la realtà geografica.

Due grandi potenze che insistono sul medesimo spazio continentale (l’Eurasia) non possono coesistere stabilmente se entrambe aspirano all’egemonia. La Cina, attraverso la sua penetrazione economica in Asia Centrale (tradizionale sfera d’influenza moscovita), sta di fatto erodendo la profondità strategica russa. Come insegna la storia del “Grande Gioco”, una volta indebolito il nemico comune occidentale, le tensioni tra la potenza demografica cinese e quella territoriale russa emergeranno inevitabilmente. La Russia, nel lungo periodo, si troverà di fronte al paradosso di aver favorito l’ascesa di un egemone asiatico capace di trasformarla in un proprio satellite economico, un esito inaccettabile per l’orgoglio imperiale di Mosca.

In conclusione, dal mio punto di vista parlare di uno scontro tra democrazie e autocrazie è un’efficace semplificazione narrativa, ma la realtà geopolitica è molto più cinica. La partita si gioca sulla scacchiera geografica del Rimland, dove le spinte espansive dell’Heartland collidono con il contenimento marittimo. In questo scontro, la natura democratica o autocratica dei contendenti è solo la “copertura ideologica” di imperativi strategici immutabili che, una volta mutati gli equilibri, porteranno fatalmente le due attuali “autocrazie amiche” a un confronto per il primato eurasiatico.

Manlio SCOPIGNO

Direttore del Centro Studi Esercito

Responsabile della formazione di Krysopea

[1] Cfr. Gianni Vernetti, “Il Nuovo Grande Gioco”, 2025

[2] Cfr. Anne Applebaum, “Autocrazie”, 2024

[3] Cfr. Alfred Mahan, “The influence of sea power upon history”, 1890

[4] Cfr. Halford Mackinder, “The geographical pivot of history”, 1904

[5] Cfr. Nicholas Spykman, “America’s strategy in world politics”, 1942

[6] Cfr. John Mearsheimer, “La tragedia delle grandi potenze”, 2001

[7] Cfr. Dario Fabbri, “Geopolitica umana. Capire il mondo delle nazioni”, 2023

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