Geointeressi del mediterraneo tra nuovo ordine mondiale e polveriera mediorientale
Analisi del Direttore Roberto Bevacqua
Oggi il Mediterraneo torna a essere centrale negli interessi globali, sia per ciò che riguarda le grandi rotte, che per il controllo degli stretti come Suez, dove circola un terzo dell’economia globale e del petrolio, e Hormuz, centro nevralgico gasiero e petrolifero del Medioriente, ma anche per i grandi collegamenti di interconnessione digitale tra Eurasia e Africa, i titanici investimenti di interconnessione in essere tra il bacino del Mediterraneo, il mar Nero, il mar Caspio, il Caucaso meridionale e l’Asia. La via del cotone, l’IMEC, la BRI, il Corridoio Transcaspico, quello Mediano, il corridoio Nord Sud e via dicendo rappresentano il tentativo di programmare un futuro di interconnessione tra grandi aree, ma anche di creare alternative geoeconomiche, per alcuni paesi, di svincolo da pressioni geopolitiche per altri. La corsa all’Africa e dell’Africa nello sviluppo infrastrutturale, sociale, energetico, digitale è un altro tassello nella definizione di un nuovo ordine mondiale basato su rapporti di forza e peso economico. La corsa alle materie prime, a quelle energetiche rinnovabili, ai materiali critici e alle terre rare confluisce in una guerra tecnologica per la leadership tech ma anche militare.
Il nuovo mondo in competizione sistemica
Per ridefinire i rapporti di forza del nuovo ordine mondiale, se questo sarà integrato o diviso lo vedremo nei prossimi decenni, probabilmente sarà necessario definire nuove alleanze e nuove sfere di influenza, sempre più fluide e sempre più legate a interessi economici che da una parte potranno frenare le escalation di tensione, ma dall’altra contribuiranno ad accentuare rischi e minacce sistemiche arrecate da turbolenze asimmetriche, generando nuove dipendenze e nuovi condizionamenti.
L’integrazione internazionale e lo sviluppo economico del Paese devono trovare nel Mediterraneo, nei traffici e nel mare, nuove opportunità di crescita e di incontro per tutelare i nostri interessi nazionali e la nostra sicurezza. Ma per garantire la massimizzazione e la tutela dell’interesse nazionale, la sicurezza su tutti i domini, il rafforzamento dei sistemi di protezione delle infrastrutture critiche e dei settori, economici e finanziari sensibili, operando su mercati internazionali come Sistema Paese in grado di competere e cooperare sulle grandi questioni geopolitiche e geoeconomiche, occorre innanzitutto governare le criticità transnazionali e quelle mediterranee, recuperando un ruolo di responsabilità operativa e autonomia strategica nel Medioceano e lungo le direttrici della nostra proiezione geopolitica e geoeconomica. Il Paese deve poter agire con tutte le sue capacità di dialogo proprio nelle aree strategiche, dal Mediterraneo al Grande Medioriente, che in questo momento rappresenta una delle aree conflittuali più complesse del pianeta, con effetti dirompenti multilivello. Bisogna agire con tutte le forme di diplomazia, mantenendo una politica estera proattiva entro la cornice del diritto internazionale garantito dagli organi sovranazionali, UE, ONU.
Sicurezza e Immigrazione
La crescita dei paesi del sud del mondo sta cambiando gli equilibri del pianeta.La transizione green dà nuove opportunità a paesi che recuperano i gap con le vecchie economie del mondo. Ciò che sembra non mutare sono le disparità sociali ed economiche, anche all’interno di economie ricche o in rapida crescita.
Così, accanto alle merci che si spostano su grandi navi porta container, accanto ai grandi flussi di capitali che mutano destinazione e accanto all’enorme mole di big data che viaggia nella rete, si spostano persone in cerca di nuove opportunità di lavoro. Ma in questo mare delle culture, molti, dal continente più povero e potenzialmente più ricco del pianeta, sono costretti a spostarsi per migliorare la propria esistenza, persone in cerca di una nuova opportunità di vita, e il più delle volte la prima terra che incontrano è quella delle coste del sud del nostro Paese.
Non devono decidere gli scafisti chi e come entrare nel nostro paese, ma deve essere l’Italia e l’Europa a farsi carico di regolamentare un’immigrazione legale che pone le basi per una leale integrazione e un’inclusione partecipata. Solo in questo modo fronteggeremo le holding criminali che si approfittano di coloro che per sfuggire alle guerre, alla crisi alimentari, idriche o per ragioni etniche, religiose, sanitarie e di povertà economica si vedono costretti a fuggire dalle proprie case e dalla propria terra e a essere sfruttati da mercanti di uomini. E anche in queste tragedie a soffrire di più sono le donne e i bambini, vittime silenziose di una tratta e uno sfruttamento che spesso non vediamo o facciamo finta di non vedere.
È necessario integrare i paesi del bacino del Mediterraneo che oggi sono già più interconnessi da rapporti di partenariato, da accordi bilaterali di sviluppo, dai traffici portuali e di merci sempre più interoperativi. Dobbiamo aiutare questi paesi e quelli dell’Africa interna a svilupparsi offrendo loro opportunità di sviluppo e cooperazione paritaria, offrendo loro opportunità di formazione e sviluppo, di crescita autogena supportata e alimentata dalla cooperazione. Noi abbiamo tecnologie, capacità formative, e un grande interesse a pacificare questo mare che è il mare delle civiltà.
Scramble dell’Africa
L’Africa ha una crescita economica mediamente sostenuta, una crescita demografica iperbolica, risorse e materie prime enormi e necessita di svilupparsi in modo ordinato evitando gli errori del passato. Siamo dunque complementari. Lo siamo stati da sempre e con approcci paritetici che hanno contribuito a sedimentare rapporti di buon vicinato, relazioni diplomatiche e politiche invidiabili, rapporti economici solidi e duraturi.
Questo vuol dire stabilizzare e regolarizzare l’immigrazione, rafforzare i partenariati, incentivare la formazione in loco delle persone, evitare approcci neocoloniali, ma far progredire dialogo e integrazione economica, sviluppando le economie traendone vantaggi da ambo le parti.
In questa ottica, l’Italia si pone come interlocutrice privilegiata, recuperando un ruolo di primo piano nell’interscambio sistemico, riacquistando centralità e protagonismo in Libia, Tunisia, Algeria e in Egitto, assumendosi maggiori responsabilità operative, di controllo e monitoraggio nel Mediterraneo, tutelando i valori dell’accoglienza all’interno di una cornice di legalità e di sicurezza nazionale. Il Paese può diventare protagonista di un nuovo approccio operativo, non all’Africa ma con l’Africa, che tenga conto dei bisogni del continente, che sappia ascoltare e non imporre, proporre e compartecipare al suo sviluppo attraverso il Piano Mattei che oggi integra sempre più paesi del continente africano e che può interagire con altri Piani europei, a iniziare dal Global Gateway.
Lo sviluppo di piattaforme energetiche, infrastrutturali, digitali, industriali, energetiche, agricole, idriche, sanitarie, securitarie, rappresenta un articolato processo di integrazione e proiezione cooperativa tra il nostro Paese e i Paesi interessati dal Piano italiano delineano una strategia di azione sistemica, e pongono il nostro Paese tra gli interlocutori del continente africano più attivi, recuperando un interesse e una strategia che colma un vuoto che l’Italia non può permettersi.
La pacificazione delle terre che si affacciano sul Mediterraneo, ma anche di quelle interne interconnesse ad esse, unitamente alla soluzione del conflitto dell’area più complessa in questo momento che è il Medioriente, interessato dagli scontri in Iran, in Libano, in Palestina e che rischia di allargarsi ad altri paesi dell’area, rimane condizione essenziale per tornare a investire sul quadrante mediorientale.
Gli Accordi di Abramo, i grandi corridoi infrastrutturali del Caucaso Meridionale e dell’Asia centrale, l’integrazione intermodale delle sponde del Mediterraneo core, la libera circolazione delle merci e dell’energia nei choke point strategici di Babel el Mandab, Hormuz, Suez, la sicurezza del traffico dei dati digitali – finanziario, securitario, istituzionale, civile e commerciale- che viaggiano nei grandi cavi di interconnessione a fibra ottica posti sui fondali marini, dal Blue Med al Blue Raman e le migliaia di chilometri di cavi sparsi tra l’Eurasia e l’Africa, toccano interessi compositi e multilivello che sono alla base di una forte volontà di stabilizzazione e di reciproca convivenza tra gli stati delle regioni interessate.
La ricomposizione geopolitica e geoeconomica in atto impone cautela alla previsione di scenari complessi e lascia spazio all’analisi. I grandi attori geopolitici si muovono con meno diplomazia, accantonando esplicitamente un diritto internazionale da sempre piegato all’uso di forza, agli interessi nazionali e strategici, ma che conservava un certo grado di autorità e riconoscimento apparente, mentre oggi è sempre più messo in discussione da metodi più espliciti e forse meno ipocriti. Il multilateralismo è in crisi da tempo, le organizzazioni sovranazionali seguono lo stesso destino in attesa di riorganizzarsi all’interno di un nuovo ordine mondiale. La competizione tra i due principali attori geoeconomici, USA e Cina, imprime una svolta agli indirizzi geopolitici globali, innescando conflitti, guerra economica, guerra ibrida e guerra cognitiva, impegnando organismi statuali, para statuali, in cui si innestano gruppi di azione con metodologie conflittuali asimmetriche, apparati di intelligence, hacker cibernetici e terrorismo a diversa matrice.
Competizione sino-americana
L’ingresso della Cina nel Wto nel 2001 ha impresso una svolta ai processi di globalizzazione, accentuando fenomeni di produzione decentrata e di integrazione del commercio internazionale. La fabbrica del mondo con il tempo ha messo in crisi l’industria e la tecnologia di molte nazioni occidentali e degli Stati Uniti, le quali avevano delocalizzato per due decenni migliaia di imprese in Asia. Il prezzo pagato a livello sistemico è stato il reverse engineering prima e il trasferimento di tecnologia e back ground tecno scientifico dopo, imposto alle aziende occidentali per operare sul territorio cinese e usufruire dei grandi vantaggi, fiscali, economici, di servizio, di differenziale del costo di manodopera, dei bassi livelli di controllo etico e ambientale alle produzioni. Ciò ha prodotto un lento processo di eutanasia strutturale dell’apparato industriale europeo, un processo di deindustrializzazione che ha prodotto disoccupazione, ritardo tecnoscientifico, dipendenza commerciale declinata in tutte le sue forme e in tutti i settori, sbilanciamento delle bilance commerciali, aumento della dipendenza del debito dai fondi cinesi, dipendenza tecnologica e via discorrendo.
Gli USA, nel solco della tutela nazionale delle grandi geo potenze, corrono ai ripari per mettere all’angolo il competitor cinese: Inflaction reduction act (IRA), Chips Act, dazi commerciali e controllo delle fonti energetiche fossili, controllo di materie prime, terre rare e materiali critici, processi di Reshoring e pressione su alleati e partner commerciali per nuove rotte e localizzazioni delle catene del valore regionalizzate, nuovi grandi progetti infrastrutturali globali e decupling delle economie, americana e cinese.
In pochi mesi hanno agito per il controllo del Canale di Panama, il recupero delle relazioni e degli interessi americani in Venezuela con il cambio dei vertici del regime (Maduro) mentre continuano a tenere un occhio su Cuba. Oggi potrebbe toccare all’Iran, che certamente in termini strutturali ha un peso maggiore e molto più complesso da disarticolare, ma il messaggio a Pechino, e anche a Mosca, è arrivato.
La Cina è un paese energivoro che fino a oggi importava la maggior parte di petrolio da Venezuela e Iran e ha un relativo monopolio di terre rare in Sudamerica, Groenlandia, Caucaso e Africa. La deposizione di Maduro in Venezuela ha comportato il controllo del petrolio in mano americana, così come il comando del timone di Panama a stelle e strisce. L’accordo sulle terre rare tra Usa e Groenlandia, dopo la retorica escalate to escalate trumpiana, ha posto un freno anche in questo settore a Pechino. Nell’agenda dell’Amministrazione Trump la competizione con la Cina si declina su energia e terre rare anche in Africa, con UE e USA, tra l’altro, impegnate nel distretto di Lobito (dall’Angola allo Zambia passando per la RD del Congo), e con profondi interessi anche in altri Stati africani, interessi militari, securitari, commerciali, energetici e infrastrutturali.
Stessi obiettivi posti in Asia centrale e in Caucaso, con un ritorno degli interessi americani che irritano non poco Mosca, incapace di condizionare come un tempo i paesi dell’area.
Tanti i fronti di competizione in un mondo che da unipolare si sta trasformando in multipolare, ma la multipolarità per ora è legata esclusivamente e realisticamente a fattori geoeconomici. I Paesi emergenti, non solo i Brics plus, però, improntano le loro azioni in alleanze economiche variabili, con approcci pragmatici e agende politiche liquide, interessati a massimizzare i propri interessi, cercando di svincolarsi da alleanze strategiche troppo stringenti o alleanze politiche che potrebbero ingabbiarli o renderli troppo dipendenti da potenze scomode, è il caso dei paesi del Caucaso meridionale e dei paesi Stan.
Aquila vs leone, stella vs sole per un nuovo Medioriente
Staremo a vedere come evolverà il conflitto in Iran; al momento è troppo presto per capire se la pressione impressa da Israele e Stati Uniti con i bombardamenti agli arsenali militari, piattaforme di lancio missilistico, infrastrutture e apparecchiature di attacco e difesa, sistemi di intelligence e comunicazione civili e militari iraniani avranno effetto, unitamente alla decapitazione di molti vertici del regime: dall’Ayatollah Alì Khamenei a personaggi di spicco dell’intelligence, dalle guide di comando dei Pasdaran, ai vertici delle milizie Basij, dai capi dell’Artesh a quelli dell’intelligence. Oppure, se la resistenza esterna del regime e il cambio di strategia a mosaico, riuscirà ad allungare il conflitto per innescare logoramento del duo israelo-americano che, in assenza di una ribellione interna del popolo e delle opposizioni, difficilmente potranno intervenire con forze di terra vista l’orografia del Paese.
L’Iran mira al coinvolgimento dei paesi dell’area a sostegno americano attraverso aumento della tensione e il blocco dei flussi energetici, come in Quatar, Emirati, Bahrein, Kuwait, che penalizzano anche e soprattutto i paesi importatori di petrolio e gas, generando aumento dei prezzi energetici e inflazione generalizzata.
Diplomazia UE
Si muovono finalmente le diplomazie europee, restie a entrare in un conflitto non coperto dal diritto internazionale, ma a sostegno del popolo iraniano (e molto più per la tutela degli interessi economici globali) i cui giovani sono falcidiati da un regime oscurantista che poche opinioni pubbliche in questi anni hanno sostenuto nelle piazze e sotto le ambasciate, come invece hanno fatto in altri contesti. I paesi di Olanda Italia Germania, Francia, Regno Unito e Giappone chiederanno all’ONU mandato per garantire la libertà della SLOC Hormuz, Suez, come in un rigurgito di visibile capacità di intermediazione comunitaria, vista con favore da tutti. Serve alla Russia isolata e sempre più priva di alleati strategici, serve alla Cina pragmatica e in cerca di stabili rotte energetiche e commerciali, serve all’Europa per gli stessi motivi, ma anche per garantirsi un ruolo geopolitico che sembra aver smarrito proprio all’interno dei suoi giardini di casa e serve al regime iraniano, o a quel che resterà se il conflitto si protrarrà a lungo, perché apre un tavolo di dialogo dopo aver visto disintegrare la propria marina e col rischio di perdere l’isola di Karg, perno petrolifero e cassaforte iraniana, sempre se nel frattempo non interverrà un moto interno di sommossa, finora represso nel sangue, che rovesci la dittatura della repubblica islamica. E serve agli Stati Uniti, interessati a un Iran che accetti i punti all’ordine del giorno nell’agenda americana: prelievo delle scorte di uranio arricchito, basi di lancio di missili e droni azzerate, fine delle scorrerie proxy in Libano, Palestina, Yemen, chiudendo il prima possibile l’issue mediorientale che potrebbe inasprirsi o logorarsi toccando il risentimento Maga e della base americana più isolazionista.
A Israele serve un po’ meno. Il suo interesse primario resta la fine del regime degli ayatollah, che per Tel Aviv significa fine del pericolo per la sua sopravvivenza, significa stabilità regionale, prosecuzione degli Accordi di Abramo e sviluppo del quadrante mediorientale, dialogo con i paesi arabi del Golfo e i paesi moderati che riconoscono il diritto di Israele di esistere e con cui sono già attivi scambi commerciali, condivisione di intelligence e accordi securitari, cooperazione energetica e infrastrutturale. Per ultimo, ma non per importanza serve alle monarchie del Golfo sunnite, interessate alla fine di un regime islamico sciita che destabilizza da decenni l’area e che con l’Arabia si pone come antagonista geopolitico, geoeconomico e geostrategico oltre che in contrasto religioso nel panorama multi settario islamico. Serve in definitiva ritornare a investire nella regione, a produrre energia, a stipulare accordi e mantenere la leadership regionale, strategica, religiosa, economica, geopolitica.
Il Grande Medio Oriente è una polveriera, ma è anche un perno strategico di congiunzione tricontinetale tra Europa, Africa, e Asia, quell’Heartland su cui sono puntati oggi gli occhi e gli interessi di tutti i grandi e medi attori geopolitici del pianeta e anche i nostri, poiché stabilizzare il Mediterraneo in senso allargato significa per l’Italia garantire sbocchi economici e commerciali, un ruolo di primo piano nella proiezione degli interessi nazionali e della sicurezza del Paese, allargare la proiezione strategica, rafforzare e intessere relazioni sistemiche nei geointeressi globali tra mediterraneo, Medioriente e indopacifico.
