L’Illusione dell’Equilibrio: Critica Nucleare tra Realismo e Geopolitica Umana
Analisi di Manlio SCOPIGNO
Direttore del Centro Studi Esercito
Responsabile della formazione di Krysopea
In molti dei miei interventi e articoli, anche su questo sito, cito spesso che le chiavi corrette per una comprensione dei conflitti in corso si trovano soprattutto nei fondamenti della geopolitica classica. Mi è spesso di aiuto aggiungere a questi fondamenti anche le idee della “teoria realista” (Kenneth Waltz, John Mearsheimer) le quali teorizzano che gli Stati, agendo come attori razionali in un sistema anarchico, cerchino di massimizzare la propria potenza per garantire la sopravvivenza. In questa particolare prospettiva “realista”, l’arma atomica è vista come il supremo strumento di deterrenza, capace di generare un equilibrio di potenza in cui il costo del conflitto supera ogni possibile beneficio. Su questo aspetto, mi premo tuttavia di introdurre i concetti recentemente espressi da Dario Fabbri con la sua “geopolitica umana”[1], che mi suggeriscono invece che questo “equilibrio” sia un mito fragile e pericoloso, basato su presupposti che ignorano la complessità dei popoli e le loro asimmetrie.
Il primo grande limite della visione realista risiede nell’assunto che gli Stati siano attori puramente razionali. La geopolitica umana di Dario Fabbri demolisce questa ipotesi meccanicistica, proponendo uno studio delle relazioni internazionali basato sulla psicologia collettiva e sull’antropologia dei popoli. Secondo Fabbri, le nazioni non sono entità logiche, ma aggregazioni umane che agiscono spesso in modo “antieconomico” e irrazionale, mosse dalla ricerca della Gloria o da impulsi ancestrali piuttosto che da un calcolo lucido di costi e benefici.
Mentre il realismo di Mearsheimer prevede che la paura dell’annientamento nucleare fermi ogni mano, la geopolitica umana evidenzia come la “traiettoria di un popolo” possa essere guidata da sentimenti di rivalsa, insicurezze geografiche o visioni metafisiche ed escatologiche del proprio ruolo nel mondo. Se uno Stato percepisce la propria missione in termini identitari o spirituali, il paradigma della “razionalità” realista decade: l’arma atomica cessa di essere un freno e rischia di diventare uno strumento nelle mani di una psicologia collettiva imprevedibile.
Affinché si crei un equilibrio nucleare, non basta possedere la bomba; è necessaria la capacità di un secondo colpo, ovvero la certezza di poter rispondere a un attacco anche dopo averlo subito. Senza questa garanzia, l’atomo non stabilizza, ma incentiva l’attacco preventivo, trasformando la tensione in una corsa a chi colpisce per primo.
Inoltre, la presenza di arsenali atomici non ha mai “pacificato” realmente il sistema, ma ha solo spostato la conflittualità verso le guerre per procura (“proxy wars”) e le azioni di intelligence. Gli Stati nucleari continuano a destabilizzarsi a vicenda finanziando attori non statali, terrorismo e sabotaggi, dimostrando che la deterrenza atomica è permeabile a forme di guerra asimmetrica che possono sfociare, per errore di calcolo, in un’escalation nucleare non pianificata.
I realisti citano spesso la Guerra Fredda come prova che l’atomo porti pace. Tuttavia, quel periodo rappresenta un caso unico nella storia, caratterizzato da un sistema bipolare rigido e da una parità tecnologica raggiunta tra due superpotenze geograficamente vaste. Applicare quel modello a contesti regionali attuali è un errore metodologico: oggi viviamo in una fase di interregno e incertezza globale, dove la moltiplicazione degli attori nucleari aumenta esponenzialmente il rischio di errori di percezione e incidenti.
Queste riflessioni trovano un’applicazione drammatica nell’attuale scontro tra USA/Israele e Iran. Molti seguaci del realismo geopolitico sostengono che dotare Teheran di armi nucleari stabilizzerebbe il Medio Oriente creando un equilibrio con Israele. Questa tesi non mi convince essenzialmente per due ragioni essenziali.
Innanzitutto Israele è uno Stato geograficamente minuscolo; un singolo colpo atomico ne determinerebbe la fine definitiva. Al contrario, l’Iran è un paese vasto con un regime costruito per essere resiliente e funzionare anche con la perdita della propria leadership. Non può esserci equilibrio quando la vulnerabilità è così sbilanciata.
In secondo luogo la teocrazia iraniana, erede dello “spirito persiano” così ben descritto da Fabbri, è intrisa di una componente escatologica e messianica che non risponde alle logiche del mercato o della pura sopravvivenza materiale. Se un regime agisce per visioni religiose di fine dei tempi, il calcolo della deterrenza atomica fallisce miseramente.
In conclusione, la visione realista sottovaluta l’impatto del fattore umano e della psicologia dei popoli. L’arma nucleare non è un equalizzatore automatico, ma un catalizzatore di instabilità che, in contesti di asimmetria geografica e radicalismo ideologico, trasforma la ricerca dell’equilibrio in un azzardo verso l’annientamento globale.
Manlio SCOPIGNO
Direttore del Centro Studi Esercito
Responsabile della formazione di Krysopea
[1] Cfr. Paolo Fabbri, Sotto la pelle del Mondo, 2024
