domenica, Ottobre 18, 2026
Politica

La Dottrina Trump

di Antonio Chizzoniti

 

Negli ultimi giorni prende sempre più forma quella che, a tutti gli effetti, può essere definita la “dottrina Trump” in materia di politica estera a stelle e strisce.

La cattura del presidente venezuelano (non riconosciuto) Nicolás Maduro, avvenuta in una operazione militare statunitense lo scorso 3 gennaio, è stata letta come un segnale forte verso chiunque, nel mondo, abbia dubitato delle capacità di proiezione dell’esercito americano.

L’operazione è stata descritta come precisa, chirurgica ed efficiente, quasi da film: a differenza della cattura di molti altri sui colleghi dittatori, non ha richiesto mesi o anni di operazioni e guerre civili, ma un singolo intervento mirato.

Le vibes sono quelle di un presidente al secondo mandato, molto più interessato a lasciare il segno che agli indici di gradimento, e l’approccio rimane quello del tycoon alla guida della maggiore superpotenza globale. In termini pratici ciò si traduce nella presunzione, spesso corretta, di detenere il coltello dalla parte del manico e, di conseguenza, di poter indirizzare le trattative verso l’obiettivo prefissato, anche al costo di minacciare di far saltare il tavolo.

Il Venezuela detiene, come ormai noto, le più ampie riserve petrolifere mondiali, oltre a una grande quantità di minerali e terre preziose. Un proficuo orientamento verso gli Stati Uniti garantirebbe da un lato il rafforzamento del dollaro come valuta legata allo scambio e al prezzo del petrolio, e dall’altro l’allontanamento delle mire cinesi (BRICS) sulla regione, oltre a una riserva affidabilissima per l’industria americana.

Tanti si interrogano sulle presunte violazioni del diritto internazionale e la spiegazione appare più semplice di quanto si penserebbe: a seguito delle contestatissime elezioni del 2024, gli Stati che continuavano a riconoscere la legittima presidenza di Maduro erano una decina, tra i quali spiccano i tradizionali alleati Russia, Turchia, Cuba e Cina. Di conseguenza, il suo arresto non viene interpretato come quello di un capo di Stato, ma come la cattura di un faccendiere a capo di un potente cartello criminale.

Per quanto questa tesi possa sembrare di parte – e lo è – fanno sempre sorridere le lamentele di chi vorrebbe che il diritto internazionale funzionasse solo quando questo favorirebbe le proprie posizioni. L’illusione del diritto internazionale è sempre valsa per gli Stati satelliti, ma mai per le superpotenze che, come sempre è accaduto, guardano ai propri interessi strategici ed agiscono sulla scorta di tali valutazioni. Alcuni esempi? Il bombardamento di Belgrado, la seconda guerra del Golfo, l’invasione dell’Afghanistan, la crisi libica e, varcando idealmente quella che fu la cortina di ferro, Crimea, Georgia e Ucraina.

L’idea di un’assemblea super partes che limiti le mire dei padroni del mondo rimane una dolce illusione dei brevi tempi di pace, sconfessata ogni qualvolta si presentino crisi internazionali.

Tanti europei rigettano tale realtà e probabilmente la motivazione è più profonda di quanto si creda: si sono resi conto della propria irrilevanza. Quello che per secoli fu il centro del mondo oggi si è ridotto a un giardino-museo interessato alla diplomazia perché non più capace di difendere i propri interessi.

Come nobili decaduti, pretendono dall’alto dei loro ormai fatiscenti castelli di voler impartire lezioni a chi il presente lo vive e non lo subisce. Transizione energetica, accoglienza sfrenata e burocrazia sono stati i temi che hanno occupato i nostri centri di potere mentre il mondo ci scivolava da sotto i piedi. E ora? Ora che anche la potente Volkswagen, motore trainante dell’industria euro-tedesca, chiude gli stabilimenti, quale vecchio retaggio torna in mente con fascino? La guerra, o quantomeno la minaccia della guerra, onde poter riconvertire l’industria che si è contribuito a distruggere e salvarla con “fondi straordinari” che violino proprio quelle norme su deficit/PIL che hanno impoverito mezza Europa e reso grasse le banche tedesche, al suono del “il nemico è alle porte”.

A dispetto di quel che può sembrare, gli Stati Uniti, da impero globale quale sono, stanno tentando di disegnare le sfere d’influenza e di interessi del domani, che saranno sempre più verso il Pacifico, tendando di spronare il vecchio continente ad essere in grado, quantomeno, di sorvegliare il “giardino di casa”.

 

 

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