mercoledì, Maggio 22, 2024
Politica

Legalità, Istituzioni e Sviluppo

Intervento dott. Roberto Bevacqua

Direttore Eurispes Calabria

Università Magna Grecia, Catanzaro

       Buongiorno a tutti e un saluto al tavolo dei relatori ma un saluto particolare lo rivolgo a voi studenti che qui rappresentate idealmente anche tutti gli altri universitari del mezzogiorno ossia la futura classe dirigente meridionale. Anche se questa frase è parzialmente esatta visto che per lo più rappresentate, in pectore, la futura élite del paese, con tassi di trasferimento dei giovani laureati meridionali verso aree del paese del centro e del nord che si vanno ad aggiungere a quel corpus che scelgono di studiare in università centro – settentrionali e li rimangono a lavorare.

Ciò rappresenta un costo enorme per le regioni di origine poiché si volatizza un capitale umano di notevole valore che va ad accrescere il vantaggio competitivo di regioni che hanno altri fattori di sviluppo, come il capitale finanziario, pubblica amministrazione più efficiente, distretti industriali, sistemi logistici integrati, maggiori centri di propulsione economica, centri di ricerca, università diffuse etc. realizzando  fenomeni di sinergia distrettuali, gemmazione di imprese, opportunità e circolazione di idee e progetti, mentre il depauperamento delle risorse umane che caratterizza il sud d’Italia, si coniuga con la spesa di formazione sostenuta dall’istituzione universitaria, dalla regione e dalle famiglie e si traduce in una perdita di risorse materiali e immateriali e di relativa scompenso di competitività territoriale.

Il tema su cui sono chiamato a trattare sono le Istituzioni, la legalità e lo sviluppo. Assi tematici quanto mai legati tra di loro in un’area del paese piena di vincoli e criticità ma ricca di potenzialità e grandi opportunità.

Le istituzioni europee che hanno accompagnato l’idea di un Europa unita si sono scoperte incapaci di realizzare fino in fondo tale ambizioso progetto. L’unione monetaria senza unione politica ha arrestato il processo di unificazione lasciando agli stati di decidere unitariamente, di fatto, politiche estere, giustizia, fiscalità, determinando squilibri territoriali che non contemplano le differenze e le tradizioni che fanno dei diversi stati dell’unione differenti culture. Ci si è piegati al dominio della finanza, al dirigismo, spesso, e alla rigidità di norme, ai vincoli di bilancio (Deficit fino al 3del PIL e Indebitamento al 60% del PIL) stringenti sulle singole economie, che hanno generato difficoltà, spesso drammatiche, verso alcuni stati membri esponendoli ad attacchi speculativi di una finanza deregolata. Senza più tassi di cambio e differenziali di tasso di interesse la Grecia ha perso il 25 % del PIL e visto tassi di emigrazione giovanile simili a quelli del terzo mondo). Si è scambiato il mezzo per il fine.

 Un Europa troppo burocratizzata e incapace a ricevere forza dagli stati membri, titolare di un mercato enorme ma che sempre meno è protagonista sullo scacchiere internazionale, sempre più governato da Stati Uniti e Cina, mentre sullo sfondo la Russia cerca di trovare spazi vitali, più diplomatici che economici, lasciati vuoti dai due giganti.

Le nostre Istituzioni nazionali non riescono ad affrontare le grandi riforme che servono al paese ( fisco, scuola, giustizia, politica economica di M/L periodo, sistema logistico intermodale, pianificazione industriale etc.) stante le crisi internazionali alle quali risultiamo esposti più degli altri, visti i vincoli finanziari dovuti alla speculazione finanziaria legata ai tassi di interesse sul debito che continua a crescere come variabile indipendente dei governi che si succedono, e dovuti all’incapacità degli stessi di assumersi responsabilità di una vera e propria politica economica di lungo respiro.

Grandi riforme aspettano il Paese, ma grandi riforme presuppongono una certa unità nazionale che guardi all’interesse della nazione, ai suoi reali bisogni, ad un paese unito solidalmente e che affronti principalmente gli squilibri interni per sfidare con competitività e strategia il futuro di un mondo globalizzato, con le economie asiatiche aggressive proprio in quei settori in cui l’Italia è stata tradizionalmente leader (tessile, manifatturiero, meccanica).

Le istituzioni regionali ancor più appaiono disarticolate da un disegno strategico nazionale poco chiaro e sembrano, in accordo alla politica nazionale, divise : con quelle del Nord alla ricerca di una propria autonomia, scuola, finanze, servizi, gestione allargata delle competenze generali, mentre il Sud, alle prese con risorse limitate e ataviche difficoltà amministrative, sembra sempre meno protagonista nei disegni dello Stato e spesso incapace di trovare non solo un proprio modello di sviluppo ma di riconoscersi, ancor prima che parte integrante della nazione, parte integrante di un area storica con proprie caratteristiche e proprie peculiari potenzialità . 

Bisognerà partire come sempre dalla scuola che oggi, tra l’altro, vive situazioni non meno diverse, specie qui al Sud e in particolare in Calabria, Alla scuola è demandato un compito che qui diviene ancor più fondamentale: quello di educare in primis, ed educare a quel senso civico che purtroppo non possiamo nascondercelo è un po’ edulcorato e le cui cause affondano nel tempo e nella storia ma che rappresenta la base su cui poter poi fondare la costruzione di una piramide di valori basati sulla cooperazione e la sinergia.

Come sosteneva Tocqueville, nei paesi democratici la scienza dell’associarsi è la madre di tutti gli altri progressi mentre nel Mezzogiorno vi è stato e in parte vi è ancora un certo familismo amorale come in parte e con le debite specificazioni aveva estremizzato Bansfield. Ma l’educazione sebbene importante ha bisogno della formazione specie in un momento del nostro vivere attuale che è caratterizzato da una disinformazione costante, dalla difficile valutazione di ciò che è vero e di ciò che non lo è, nel massiccio e veloce bombardamento della informazione

La formazione quindi come antidoto alla disinformazione e come scudo per affrontare le sfide del lavoro del domani. La formazione come  bagaglio intellettuale per mutare le criticità del sistema,  in un mezzogiorno che attende da decenni un cambio di passo, un approccio culturale alla risoluzione dei problemi che parta dalla consapevolezza degli stessi, da autocritica e dalla visione sistemica delle metodologie di approccio al problema,  dalla costituzione di un nuovo modello di sviluppo sostenibile basato sulla valorizzazione integrata delle risorse e delle potenzialità, non solo della singola regione ma allargata a una macroarea che ne costituisce appendice, storia, centro e sviluppo.

Istituzioni quindi e tra queste un nodo che a volte appare inestricabile è il nodo della pubblica amministrazione e delle istituzioni amministrative. Non possiamo non evidenziare come in molte aree del Mezzogiorno i ritardi di efficientizzazione, digitalizzazione e produttività della macchina burocratica, della pubblica amministrazione, assuma ritardi scoraggianti non solo per il singolo cittadino ma anche per i capitali stranieri e nazionali spaventati, poco attratti, demotivati ad investire.

La politica che dovrebbe fare delle scelte il più delle volte si divide, arretra, evita di assumere responsabilità e non coglie le sfide della programmazione sul medio e lungo periodo, non costruisce modelli di sviluppo autonomi recuperando lo slancio che pure tante intelligenze del mondo accademico e imprenditoriale chiedono, producono e propongono in termini di studi, ricerche, analisi da innumerevoli decenni.

Come se ciò non bastasse a frenare quest’area del paese un altro fenomeno di criticità, le holding criminali, rappresentano un terzo anello di blocco dell’espansione e dello sviluppo di intere porzioni del territorio meridionale e oggi possiamo dire non solo meridionale.

Vi è una profonda dicotomia tra la selezione delle classi dirigenti politiche e quelle criminali che agiscono come vere e proprie holding, con efficentizzazione e velocità di decisione contro l’elefantiaco processo decisionale delle istituzioni e del loro scarso rendimento sia in termini di valorizzazione del territorio, delle risorse e della messa a frutto delle grandi possibilità che questa area del paese offre, come ha avuto modo di sottolineare il procuratore Gratteri con lo studioso di fenomeni criminali Nicaso in più di un libro. (società di comodo in Canada che possono acquisire beni senza indicare l’acquirente finale; in Emilia ndrangheta che offre lavoro e capitali a vantaggio dell’imprenditoria locale che interagisce con l’holding criminale meno studiata e trascurata tra le mafie attuali).

Si è arrivati dopo decenni di immersione della ndrangheta come mafia tribale poco considerata a holding criminale più ricca e affidabile nel panorama mondiale: potente sistema di governo con interessenze politico economico finanziarie.

Il focus sulle mafie italiane è interessante perché quella forbice annua che oscilla tra 8,3 e 13 miliardi è formata per il 45% da estorsioni, seguito da droga, usura, contraffazione e sfruttamento sessuale. Camorra e ‘ndrangheta raccolgono quasi il 70% dei ricavi: la prima incassa in media 3,75 miliardi, la seconda poco meno (3,49) mentre Cosa nostra, che non è più da tempo la principale mafia economica del Paese, si assesta a 1,87 miliardi.

Nel portafoglio delle mafie entrano soprattutto immobili (al Sud) e aziende (centro-nord). Spiccano abitazioni e terreni mentre tra le imprese la ragione sociale privilegiata è la S.r.l. L’investimento immobiliare – spiega il team capeggiato dal professor Ernesto Savona – non è quasi mai speculativo. Trova conferma che gli investimenti mafiosi hanno nature diverse. Quello nelle aziende risponde alla massimizzazione del profitto economico, all’esigenza di riciclare o occultare le attività criminali, alla ricerca del consenso sociale e alla necessità di controllare il territorio.
La redditività non è, dunque, il primo obiettivo.

Questi i termini di uno sviluppo mancato del mezzogiorno. Frustrato da decenni di mancate decisioni, di improduttiva valorizzazione degli assets regionali, di una trascurata crescita dei fenomeni mafiosi, dell’assenza di uno Stato preoccupato a garantirsi posizioni di rendita con sistema clientelare che ha sperperato risorse contribuendo a non elevare mentalità e cultura meritocratica, efficienza e produttività. Da una classe dirigente centromeridionale che dall’unità d’Italia è stata maggioranza in Parlamento (camera dal 1861, senato dal 1948)

Il futuro ha tinte fosche dunque, luci e ombre se si pensa che il 27% dei cittadini risultano analfabeti funzionali (indagine OCSE: solo il 7% in Svezia) e cioè con difficoltà nell’interpretazione di un testo, nel leggere e scrivere e far di conto in modo efficiente. Un sistema scolastico che ci consegna un ritardo medio di un alunno calabrese rispetto a uno del trentino di circa due anni ( indagine sole 24ore); Votanti immersi in una disinformazione e in un controllo costante dei detentori di dati e di sistemi di comunicazione di massa per cui non c’è più informazione ma solo comunicazione , quasi sempre distorta (il problema principale oggi è saper distinguere l’informazione dalla disinformazione che pone problemi di sicurezza nazionale e un forte disagio digitale, ciò separa la popolazione tra fruitori digitali e analfabeti digitali, accomunati però da una incapacità sostanziale a essere consapevoli della propria illibertà decisionale governata da algoritmi che gestiscono la spesa e indirizzano le decisioni di consumo.

Le élite meridionali tese a preservare potere e le proprie rendite di posizione per anni si sono distaccate dai bisogni reali dei territori, forti di consensi di liste bloccate, di consensi emotivi e di voti espressi sulla scia di  un tifo che si accende e spegne con uguale  velocità, allo stesso modo sui social si assistono a indignazioni violente che passano in brevissimo tempo come a giudizi tecnici generalizzati ma senza basi logiche scientifiche, il tutto tra fiumi di notizie incontrollate e false.

Ma uno sviluppo c’è sempre e c’è stato anche nel Mezzogiorno, anche nell’assenza di una vera e propria politica di riequilibrio da parte dello Stato, anche nella sperequazione di risorse impiegate in quest’ultimo secolo in termini di squilibrio infrastrutturale che anche oggi continua in questi termini:

1) Pensiamo agli accordi della Via della seta e alle ripercussioni positive sui porti di Trieste, Venezia e Genova (congestionati) voluti dallo Stato e agli effetti negativi sui porti di Taranto ( abbandono e nuova localizzazione verso il Pireo di Evergreen, Hutchinson per mancato drenaggio e ammodernamento) quelli siciliani e quello di Gioia Tauro (mancanza di retro porto, collegamenti intermodali, rete stradale arretrata e  incompleta e disallineata con successiva concorrenzialità del porto di Tangeri

2) Spesa dello Stato per popolazione e per territorio (con un sud che ha il 40% del territorio, il 34% di popolazione e riceve il 28% di spesa pubblica complessiva, un centronord che col 65% del territorio riceve il 71%. Cioè al sud vengono a mancare circa 61 miliardi, circa il 6% annuo (indagine Ruocco presidente commissione finanze della Camera). Mentre la commissione bicamerale per il federalismo fiscale certifica l’inefficienza della spesa pubblica con pari risultati tra Nord, Centro e Sud e quindi decide di finanziare i comuni sulla base della spesa storica: vedi caso di Reggio Calabria e Reggio Emilia sugli asili nido).

3) Un altro dato esplicativo si potrebbe fare sugli investimenti del piano delle ferrovie di Stato con una spesa programmata di 73 miliardi di cui vanno al sud solo 13 miliardi ossia il 19%.

NONOSTANTE ciò uno sviluppo c’è stato, dicevo, anche nel mezzogiorno, dovuto a cause endogene nonostante fattori esogeni che l’hanno frenato, come le ripetute crisi internazionali che colpiscono di più aree marginali, aree con economie fragili e giovani, economie poco strutturate caratterizzate da

  • Carenza di in internazionalizzazione dei mercati
  • Scarsa infrastrutturazione
  • Scarse sinergie areali (distretti)
  • Mancanza di settori trainanti lo sviluppo (materie prime, vicinanza mercati, tessuto e cultura imprenditoriale diffusa, grandi concentrazioni di imprese, capital venture)
  • Scollamento o basso collegamento tra settori di ricerca di base, ricerca applicata e mondo dell’impresa
  • Sistema politico inefficiente e bassa produttività della pubblica amministrazione (ricerca De Vita sulle cause dell’insoddisfazione e poco attrattività per l’imprenditoria estera e nazionale verso il sud in rapporto alla criminalità, pubblica amministrazione, politica)
  • Mancanza di sostegno dello Stato sui fattori di disequilibrio funzionale delle condizioni economiche e infrastrutturali del paese (spesa pubblica per abitante e dimensione territoriale).
  • Forte incidenza di fattori criminali organizzati (Holding criminali)
  • Geolocalizzazione in rapporto alla distanza dei mercati (costo del trasporto, inefficienza allocativa delle risorse)
  • Costo e accessibilità al credito (differenziali di costo del denaro, garanzia del credito, visione arretrata della concessione del credito non in rapporto alla capacità di reddito dell’investimento supportato dal credito ma in base alla capacità di credito, ossia garanzie reali).

Sviluppo che se vediamo il caso della Calabria indica elementi macroeconomici in controtendenza, aumento del pil, aumento generalizzato delle esportazioni, efficienza della spesa dei fondi strutturali, incremento delle presenze turistiche, aumento della occupazione, saldo di imprese positivo, pur nelle carenze del sistema formativo scolastico, dei dati sulla emigrazione giovanile e di laureati, dei ritardi di infrastrutturazione logistica, e dei servizi: in primis sanità e mobilità.

Nonostante tali e tanti fattori critici allo sviluppo il mezzogiorno ha tenuto il passo in questi anni, a volte la forbice col resto del paese si è allargata, a volte si è anche di poco accorciata. Ma in queste condizioni la via del baratro poteva essere la via ineluttabile che però è stata evitata ( consideriamo quanto è cresciuta l’economia sommersa che al di là di una parte legata al fatturato delle holding criminali per un’altra ha garantito un certo ammortizzatore sociale innescando però immersione di impresa, lavoro nero e minor gettito fiscale con conseguenze su inquinamento, sfruttamento del lavoro e servizi e per le holding criminale un maggior controllo del territorio, consenso sociale, sfiducia nello Stato, scarso senso civico).

Certo sarebbe da fare un lungo discorso tra come viene intesa l’idea di sviluppo e di come spesso ci sia contraddizione tra sviluppo e progresso, Pasolini parlava di sviluppo come necessità di un potere economico a creare bisogni fittizi e la relativa produzione vorticosa di beni superflui, mentre per progresso intendeva la creazione di beni necessari e un reale beneficio e benessere esteso ai più vari strati della società civile, beni non solo materiali ovviamente.

Ciò che noi come Enti di Ricerca e di studi possiamo fare e ciò che l’Università può fare in termini di contributo alla formazione, all’informazione e al sostegno al decisore politico lo stiamo facendo da anni, forse dovremmo fare di più, forse dovremmo farlo con ancora più sistematica coesione per indirizzare una voce a chi è deputato a prendere decisioni su un ventaglio di scelte possibili. Certo è che la società sta mutando a una velocità impressionante e la vera sfida del futuro, che è già oggi e non domani, è quella di un sistema decisorio efficiente e dinamico, che si proietti nel mondo attraverso capacità manageriali di primo piano. Ecco che qui tornate ancora una volta voi, classe futura dirigente del paese e si spera, in una inversione dei flussi migratori, classe dirigente e manageriale dei vostri territori di appartenenza.

C’è un gran bisogno di intelligenze locali che si spendano per il futuro e il benessere dei territori ma per fare ciò bisogna eliminare i blocchi, le criticità all’ingresso delle carriere amministrative, bisogna innanzitutto che il mezzogiorno si doti di alcune cose fondamentali:

  • Un proprio modello di sviluppo basato sugli assets che lo caratterizzano, energia pulita, ricerca e sviluppo, Zes, settori di ingegneria artificiale e applicazioni Hight Tecnology, valorizzazione di turismo, ambiente e beni culturali, infrastrutturazione, politiche commerciali potenziando sistema logistico aereoportuale.
  • Un sistema meritocratico che parta dalla scuola e che arrivi a influenzare tutta la società meridionale.
  • Un senso civico diffuso e condiviso che parta dalla accettazione di regole applicate.
  • Un criterio di scelta delle proprie classi dirigenti basato non sui rapporti clientelari o sui like ma sulle reali capacità di chi si candida ad amministrare il territorio.
  • Lotta alla criminalità e riforma del codice penale
  • Uno Stato che renda paritarie le risorse che investe sul territorio nazionale e che riequilibri una volta per tutte il divario infrastrutturale del paese, considerando il mezzogiorno non più e non solo un mercato interno per le regioni del nord ma un fattore di sviluppo reale a beneficio dell’intera nazione che possa così dotarsi di una seconda locomotiva geocentrica per tutta l’area del mediterraneo (con i suoi porti, le reti logistiche, i suoi tesori culturali e ambientali, il suo agroalimentare di eccellenza).

Dice Felice che se ci fosse stato nel sud un adeguato contesto socio-istituzionale, cioè se ci fossero state istituzioni inclusive e maggiore partecipazione sociale, avremmo avuto un più alto capitale umano, un adeguato capitale sociale, migliori infrastrutture. Una visione parziale della questione meridionale la sua che parte dalla negazione di un uguale ritardo del paese rispetto ad economie e società europee ma che pone l’accento su un differenziazione di partenza tra il sud e il nord, ponendo in risalto le responsabilità dell’accumulo del ritardo post unitario alla classe dirigente meridionale tanto da fargli dire che vi è un processo di meridionalizzazione del centro nord che ha portato e sta portando a un Nord che rallenta più che un Sud che recupera e che somiglierà sempre più, dal punto di vista delle istituzioni politiche ed economiche, alle istituzioni politiche e economiche  del Sud.

Responsabilità delle classi meridionali e del popolo del Sud le aveva già espresse Filippo Turati nel famoso discorso alla Camera dei Deputati del 1919.

Nitti parlava di sostanziale arretratezza dell’intero paese con differenziali dello sviluppo di poco conto tra le due aree del paese, analizzava il latifondo e l’immobilismo borbonico. Franchetti poneva l’accento sulle difficili condizioni di analfabetismo e Gramsci analizzava la storia e le geografie dei luoghi.

Certo non si possono negare alcune difficoltà che nel Sud alla data dell’unità caratterizzavano i territori, come la rigidità amministrativa e un’arretratezza maggiore nei sistemi di produzione agraria, una classe dirigente di stampo aristocratico votata a conservare privilegi, un analfabetismo diffuso, un sistema viario e ferroviario quasi nullo. Certo la produzione estensiva del grano, pur con l’assenza di colture specializzate, cmq garantiva sostentamento alle famiglie e una certa rendita ai latifondisti anche in presenza di bassa tassazione e un’esportazione di rispetto.

L’unificazione porterà guerra e distruzione, cambiamenti economici a scapito delle popolazioni del Sud, drenaggio di risorse dalle banche meridionali, dalle casse dello stato borbonico, cosi come la vendita dei terreni demaniali e del clero non avvantaggerà le classi di contadini come promesso da Garibaldi ma sarà ad appannaggio dei latifondisti, gli unici capaci di acquistare , tra l’altro a prezzi modici , ma che non riusciranno certo a mettere a frutto le terre per mancanza di altri capitali, ( investimenti attratti da un nord che cosi finanziava e costituiva lo sviluppo tecnologico anche attraverso la maggioranza di commesse statali ad imprese del Nord, tra l’altro più vicine ai mercati europei). A ulteriore danno delle popolazioni del sud fu immessa la tassazione sul macinato rendendo le condizioni di vita dei contadini disperate e costringendo di fatto le popolazioni ad emigrare in massa.

Con le risorse drenate dai territori meridionali si onorarono i debiti di guerra e si saldarono gli esposti con le nazioni creditrici del regno sardo piemontese, si finanziarono le industrie e le ferrovie di quello che sarà il triangolo industriale imponendo anche dazi all’importazione che da una parte rafforzarono e protessero le industrie del Nord creando un mercato interno ampissimo, il Mezzogiorno, mentre in agricoltura i dazi bloccarono le esportazioni dei prodotti meridionali.

Solo in una seconda fase spinti dalle sollevazioni popolari meridionali si cercò di far fronte ad alcuni problemi, come l’analfabetismo (prima lasciato ai comuni che senza risorse non poterono sostenere scuole e formazione), l’assenza di strade e la penuria di ferrovie. Per intanto le poche industrie, ferriere di Mongiana, tessile napoletano, cantieri navali dell’Arsenale, industria delle macchine a vapore di Pietrarsa etc. erano ormai tramontate viste anche le poche commesse statali di cui erano state fatte parte.

Malanima e Daniele invece a differenza di Felice partono da condizioni simili a quelle descritte dal Nitti, di un sostanziale equilibrio tra le aree del paese caratterizzate da un regionalismo accentuato ma da un comune appaiamento di arretratezza, assenza di industrie e agricoltura di base. Il divario e il disequilibrio pre – unitario per i due autori è quasi irrilevante ma si accentua con l’unità e le condizioni di maggior profittabilità delle aree del nord caratterizzate si dà alcuni fattori di vantaggio che si cumuleranno alla vicinanza dei mercati delle potenze vicine, dalla spesa pubblica concentrata nel triangolo industriale nascente, dalle risorse drenate dal mezzogiorno atte a costituire risorse creditizie per sostenere la domanda di denaro, infrastrutturazione che ha allargato la forbice nel corso dei successivi decenni.

Si avrà una politica di riequilibrio solo negli anni sessanta con la Cassa del Mezzogiorno poi la forbice con alti e bassi si protrarrà fino a oggi.

Oggi e concludo, servono strategie di medio/lungo periodo, un modello di sviluppo che punti sulle caratteristiche di vantaggio del meridione di Italia, infrastrutturazione paritetica col resto della nazione, livelli adeguati di spesa nei servizi in ambito sanitario, scuola e mobilità, innovazione,  meritocrazia che investa ogni ambito formativo, lotta alla criminalità, emersione delle imprese, uso efficiente della programmazione comunitaria, lotta agli sprechi e una classe dirigente onesta e efficace che sia consapevole quanto il cittadino dell’interesse collettivo e che lavori per risultati al fine di raggiungere uno sviluppo sostenibile  e un progresso diffuso.

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