venerdì, Giugno 21, 2024
Intelligence

“NAGORNO- KARABAKH, UN CONFLITTO RISOLTO? ASPETTI D’ INTELLIGENCE E POSSIBILI SCENARI FUTURI”

analisi del dott. Ciro Gaudesi

 

Un conflitto senza fine tormenta il Caucaso meridionale da oltre trent’anni: il Nagorno-Karabakh, una regione contesa tra Armenia e Azerbaigian, è una ferita aperta che non accenna a rimarginarsi.

Le radici del conflitto affondano nella dissoluzione dell’Unione Sovietica: il Nagorno-Karabakh, popolato prevalentemente da armeni, fu assegnato all’Azerbaigian, innescando tensioni etniche e separatiste che esplosero in una sanguinosa lotta per il controllo della regione.

Il primo scontro del 1992 vide l’Armenia conquistare il Nagorno-Karabakh e altre aree circostanti. Un secondo conflitto nel 2016 fece rivivere gli incubi della guerra, con centinaia di morti lungo la linea di contatto.

Le ultime guerre hanno visto l’Azerbaigian prevalere: nel 2020, Baku riconquistò parte del Nagorno-Karabakh, causando migliaia di vittime. Il cessate il fuoco imposto dalla Russia nel novembre 2020 non ha portato a una pace duratura.

Il 19 settembre 2023 le tensioni sono esplose nuovamente: bombardamenti azeri indiscriminati contro la popolazione civile armena e l’esercito hanno fatto temere una pulizia etnica o un genocidio.

Il Nagorno-Karabakh è un nodo geopolitico cruciale non solo per Armenia e Azerbaigian, ma anche per le grandi potenze mondiali che si muovono nell’area. La Russia, storicamente vicina all’Armenia, cerca di mantenere il proprio ruolo di influenza; la Turchia, alleata dell’Azerbaigian, punta ad espandere la sua presenza nel Caucaso.

 

Fig.1 Perimetro dello scontro Nagorno- Karabakh

 

Il conflitto del Nagorno-Karabakh del 2020 ha messo in luce l’impatto rivoluzionario delle tecnologie avanzate nella guerra moderna.

L’Azerbaigian, sostenuto dalla Turchia, ha impiegato massicciamente droni armati, in particolare il Bayraktar TB2, prodotto dalla Baykar Defense, che può trasportare missili guidati e munizioni “intelligenti” MAM e che possono essere combinati con sistemi di intelligenza artificiale per il targeting e la ricognizione.

Questa strategia si è rivelata estremamente efficace contro le forze armene, meno dotate di tecnologie avanzate: i droni azeri hanno potuto colpire con precisione ed efficacia sistemi di difesa aerea, artiglieria e veicoli blindati armeni, ottenendo una netta superiorità sul campo di battaglia.

 

Fig.2 Esemplare di un Bayraktar TB2

 

I Bayraktar, acquisiti dalla Turchia negli ultimi anni, si sono rivelati estremamente efficaci nel colpire convogli corazzati, carri armati armeni, centri di comando, e nelle prime fasi dell’offensiva, nel neutralizzare i sistemi di difesa aerea armeni presenti nella Repubblica di Artsekh, compresi diversi 9K35M3 Strela e una batteria di S-300.

È verosimile, tenuto conto anche di alcuni report di intelligence, che tali droni siano stati pilotati direttamente da personale specializzato e tecnici turchi, che potrebbero aver stabilito un centro di controllo nei mesi precedenti, in seguito all’aumento delle tensioni e all’esecuzione di importanti esercitazioni militari da parte di entrambe le parti.

In aggiunta, Baku ha fatto largo uso, dimostratosi altamente efficace anche contro i sistemi di difesa aerea, delle loitering munition israeliane Harop/Harpy-2, di cui sembra possedere una grande quantità.

Questi, comunemente definiti “droni suicidi” dai media internazionali, sono in realtà munizioni ricognitrici semi-autonome, dotate di una testata esplosiva da 16 kg , asserviti anche a sistemi gestiti da Intelligenza Artificiale IA, con la capacità di distinguere le postazioni nemiche e la tipologia di armamento in esse dispiegato.

Fondamentale, inoltre, è sottolineare come l’avanzamento della digitalizzazione dei sistemi militari comporterà una presenza sempre più pervasiva della tecnologia dell’informazione (TI) sul campo di battaglia.

Negli ultimi due decenni, le tecnologie di comando e controllo (C2) basate sulla TI hanno conosciuto un notevole sviluppo.

Centri di comando interconnessi, la creazione di una “situational awareness”  informatizzata e costantemente aggiornata in tempo reale permette anche l’automazione della funzione operativa ISTAR (Intelligence, Surveillance, Target Acquisition, and Reconnaissance), integrata con il C2.

In particolare, grazie all’intelligenza artificiale in continua evoluzione, sistemi informatici sempre più sofisticati saranno in grado di gestire autonomamente la raccolta e l’analisi delle informazioni, la designazione dei bersagli, la loro assegnazione alle fonti di fuoco e la valutazione dell’efficacia dell’azione (processo “da sensore a tiratore”).

I costruttori di droni stanno integrando l’intelligenza artificiale (IA) nei loro velivoli, rivoluzionandone le capacità: i droni, o UAV (Unmanned Aerial Vehicles), sono diventati uno degli strumenti più diffusi e ambiti dagli Stati.

Si stima che il mercato dei droni militari supererà i 100 miliardi di dollari entro il 2032, alimentato da una domanda globale in forte crescita per queste armi relativamente economiche e sempre più efficienti.

Oltre all’utilizzo dei droni, l’Azerbaigian ha impiegato anche sofisticati sistemi di sorveglianza per monitorare le comunicazioni e le attività nemiche.

Software spia come Pegasus, di produzione israeliana, sono stati utilizzati per infiltrare gli smartphone di individui sospetti, attivando microfoni e telecamere per acquisire informazioni cruciali.

Nel corso dell’offensiva azera contro l’Artsakh nel 2020 e nelle successive fasi di escalation, si sono verificati numerosi casi di intrusione da parte di software spia, ma è stato constatato che la scoperta dell’intrusione nei telefoni spesso avviene a distanza di tempo.

Diversi sono stati i casi in cui individui si sono rivolti a esperti di sicurezza informatica mostrando loro notifiche recenti di Apple, per poi scoprire che i loro dispositivi erano stati compromessi o avevano subito tentativi di intrusione (con un tasso di insuccesso di circa il 30%) durante il conflitto del 2020.

Pegasus, sviluppato dalla compagnia israeliana NSO, è stato impiegato per accedere ai dispositivi mobili e recuperare informazioni archiviate o elaborate dal sistema, incluse conversazioni testuali, chiamate, posizioni e dati provenienti da applicazioni .

Non è stato possibile identificare con certezza i responsabili della campagna di sorveglianza, ma in passato la Nso Group ha dichiarato di vendere i propri prodotti solo a governi, in particolare a forze dell’ordine e agenzie di intelligence.

Questa pervasiva sorveglianza ha avuto un impatto significativo sulla capacità dell’Armenia di difendere il proprio territorio e ha contribuito a creare un clima di intimidazione e repressione tra la popolazione civile.

L’Azerbaigian ha annunciato l’intenzione di acquisire satelliti israeliani ad alta risoluzione per potenziare ulteriormente le proprie capacità di sorveglianza. Questo sviluppo desta preoccupazioni per il possibile utilizzo di tali tecnologie per la repressione interna e lo spionaggio contro i cittadini azeri e di altri paesi.

Il conflitto del Nagorno-Karabakh ha dimostrato come le tecnologie avanzate, come i droni, l’intelligenza artificiale e i software di sorveglianza, possano alterare radicalmente gli equilibri di potere e le dinamiche di conflitto. L’utilizzo di queste tecnologie da parte di un solo attore, senza adeguate garanzie e controlli, solleva seri interrogativi sulla tutela dei diritti umani e sulla stabilità regionale.

L’ultimo scontro avvenuto nel 2023 ha lasciato un’impronta indelebile sulla regione, dando vita a dinamiche geopolitiche internazionali che meritano un’analisi approfondita. Le conseguenze di questo evento conducono a ipotizzare tre possibili scenari futuri del conflitto, ciascuno con implicazioni cruciali per la sicurezza globale.

Il primo scenario, più probabile, riguarda la questione corridoio di Zangezur e le sue implicazioni: uno degli aspetti irrisolti più salienti dell’esito della Seconda Guerra del Karabakh riguarda le infrastrutture di trasporto.

A fine 2023, il presidente azero Aliyev ha ribadito l’importanza del corridoio di Zangezur come anello di congiunzione fondamentale per l’apertura dei confini con l’Armenia: questo passaggio strategico dovrebbe collegare la zona continentale dell’Azerbaigian con la Repubblica autonoma di Nakhchivan attraversando la regione armena di Syunik .

In questo modo si creerebbe un collegamento terrestre diretto tra i due territori, favorendo lo sviluppo economico e la cooperazione.

L’accordo, siglato al termine della seconda guerra del Karabakh, nel 2020, impegna l’Armenia a fornire servizi di trasporto per il corridoio.

Il paragrafo in questione recita:

“La Repubblica d’Armenia garantisce la sicurezza dei collegamenti di trasporto tra le regioni occidentali della Repubblica dell’Azerbaigian e la Repubblica Autonoma di Nakhchivan al fine di garantire la libera circolazione delle persone, dei veicoli e delle merci in entrambe le direzioni.”

Nonostante l’accordo preveda la “libera circolazione”, le interpretazioni delle parti divergono sensibilmente: l’Armenia sostiene che l’articolo in questione mira a garantire il passaggio libero e sicuro nell’area interessata, escludendo la creazione di un vero e proprio corridoio .

L’esitazione armena deriva dalla riluttanza a prendere parte a un progetto sotto l’egida esclusiva dell’Azerbaigian a cui si aggiunge la natura condizionale dell’accordo di pace, che alimenta le preoccupazioni armene.

L’Azerbaigian, invece, ritiene che l’Armenia debba partecipare ai nuovi progetti regionali, ignorati per tre decenni, per realizzare l’integrazione regionale; a sostegno di questa posizione, Baku cita il successo di iniziative come l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, il gasdotto Baku-Tbilisi-Erzurum e i progetti ferroviari Baku-Tbilisi-Kars.

L’Azerbaigian auspica l’adesione armena a nuove partnership nel nuovo contesto geopolitico, ponendo fine al suo isolamento regionale di lunga data.

Le divergenze interpretative e le reciproche diffidenze ostacolano la realizzazione del “corridoio di Zangezur”.

La ferma opposizione del Primo Ministro armeno Pashinyan al progetto del corridoio trova fondamento in concrete preoccupazioni: le restrizioni ai trasporti e la necessità di vagliare alternative realistiche sono al centro delle sue perplessità.

A complicare ulteriormente la situazione, si aggiungono i timori dell’opinione pubblica armena, che nutre sospetti sulle possibili mire territoriali dell’Azerbaigian.

Il sostegno incondizionato della Turchia al corridoio innesca un’ulteriore complessità, intrecciando la questione con dinamiche geopolitiche di respiro internazionale.

L’episodio più recente risale al 13 febbraio, data in cui quattro militari armeni sono stati uccisi in un attacco azero.

Di fronte all’accaduto, il premier armeno Nikol Pashinyan ha lanciato l’allarme due giorni dopo, ipotizzando che l’Azerbaigian stia pianificando una guerra su ampia scala.

Il leader armeno e azero si sono incontrai il 17 febbraio, e hanno preso parte a colloqui di pace a Monaco con la mediazione di figure internazionali, dichiarandosi soddisfatti dei progressi ottenuti.

Nonostante ciò, molti analisti rimangono pessimisti, paventando un’ulteriore intensificazione del conflitto al minimo pretesto.

Il secondo scenario a lungo termine si pone in una prospettiva futura potenziale in cui un altro fattore di tensione potrebbe emergere riguardo alla problematica delle enclavi presenti nei due Stati.

All’epoca dell’Unione Sovietica, diverse enclavi si trovavano all’interno delle Repubbliche Socialiste Sovietiche Armena e Azera.

Al momento, l’Azerbaigian aspira a riacquisire il controllo delle enclavi situate in territorio armeno, sebbene anche l’Armenia possieda enclavi posizionate all’interno dell’area azera.

La situazione si complica a causa della presenza di un’enclave azera situata lungo un’autostrada strategica di vitale importanza per l’Armenia, che collega il paese alla Georgia.

Nell’attuale contesto, la soluzione più realistica per la questione delle enclavi potrebbe essere rimandarla a un processo di definizione dei confini successivo alla firma del trattato di pace; in questa fase, le enclavi potrebbero essere oggetto di un reciproco scambio tra le due nazioni, con un beneficio per entrambe.

Nonostante ciò, le persistenti tensioni su questa tematica lasciano presagire la possibilità di altri attacchi militari da parte dell’Azerbaigian.

Al momento, tre enclavi azere sorgono all’interno del territorio armeno, precisamente nelle province di Tavush e Ararat.

La loro distanza dal confine azero si aggira attorno ai 3-4 chilometri; pur essendo prossime alla linea di demarcazione, queste enclavi vantano una fortificazione piuttosto solida e si ergono in zone caratterizzate da montagne e boschi.

Nell’eventualità in cui l’Azerbaigian tentasse di ricongiungere militarmente le sue enclavi al proprio territorio, sarebbe necessaria un’offensiva su più fronti, con un’avanzata che si estenderebbe per circa 8-9 km in profondità.

Tale eventualità potrebbe sfociare in una campagna militare, la cui durata si prolungherebbe per molteplici giorni: la complessità di tale scenario risiederebbe nella difficoltà di giustificarlo in ambito diplomatico come una semplice schermaglia di confine.

Ciononostante, pur considerando l’effetto dissuasivo che potrebbero avere le sanzioni internazionali, non è possibile escludere a priori che un simile scenario possa concretizzarsi.

Infine, seppur con una probabilità minore, si configura un terzo scenario, caratterizzato da un’invasione su vasta scala dell’Armenia da parte dell’Azerbaigian: l’obiettivo di tale operazione sarebbe l’occupazione totale o parziale delle province armene di Vayots Dzor e Sunik, la quale è collocata all’estremità meridionale del paese e si affaccia sul confine con l’Iran.

In tale scenario, l’obiettivo strategico dell’Azerbaigian sarebbe la creazione di un corridoio terrestre che colleghi il paese alla regione autonoma di Nakhichevan e, di conseguenza, alla Turchia: tale operazione avrebbe l’effetto di isolare l’Armenia dall’Iran.

Ciononostante, un’aggressione militare di tale portata non sarebbe priva di gravi pericoli sul fronte internazionale: l’invasione su vasta scala dell’Armenia potrebbe infatti innescare reazioni avverse da parte della comunità internazionale e, in particolare, suscitare l’intervento militare diretto dell’Iran.

 Quest’ultima, infatti, non ha alcun interesse a vedere realizzato un simile scenario, in quanto comporterebbe un indebolimento significativo della sua influenza geopolitica nel Caucaso meridionale.

L’Azerbaigian si appresta ad assumere un ruolo di primo piano sulla scena internazionale, ospitando il prossimo vertice sul clima, COP29.

L’evento, che richiamerà a Baku personalità di spicco da tutto il mondo, rende improbabile l’avvio di un’operazione militare di grande portata da parte del paese fino alla sua conclusione.

La guerra del Nagorno-Karabakh del 2020 ha lasciato un segno indelebile: una corsa agli armamenti senza precedenti nella regione.

L’Azerbaigian, sostenuto dal ricco alleato turco, ha fatto incetta di armi, con un budget di 3,8 miliardi di dollari per il 2024. Droni israeliani e turchi, munizioni vaganti e sistemi d’attacco a lungo raggio: l’arsenale azero punta a una deterrenza granitica.

L’Armenia, ferita ma non sconfitta, reagisce con un poderoso riammodernamento militare. 1,4-1,5 miliardi di dollari stanziati per il 2024: difesa aerea russa, radar francesi, obici e chi più ne ha più ne metta. L’obiettivo? Colmare il divario con l’Azerbaigian e garantire la propria sicurezza.

Ma la vera partita potrebbe giocarsi sul lungo termine. L’economia azera, legata al petrolio, rischia di soccombere alla transizione energetica post-2030. L’Armenia, invece, vanta un florido settore IT che potrebbe rivelarsi un asso nella manica per il futuro.

Chi vincerà la corsa alla sicurezza? Solo il tempo lo dirà. Ma una cosa è certa: la pace nel Caucaso è ancora lontana e la tensione rimane alle stelle.

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