mercoledì, Maggio 22, 2024
Intelligence

Il dominio cyber nazionale quale nuova frontiera da proteggere: il dovere di difendere la Patria digitale, sviluppando asset di competenze cyber per l’industria nazionale.

L’acquisizione delle competenze cyber nazionali passa per il ripristino del servizio militare di leva.

 

Di Massimo Franchi e Alberto Caruso de Carolis

La guerra ibrida e la guerra cibernetica: la difesa dei confini virtuali.

 

È ormai noto che l’evoluzione dei conflitti ha portato la nostra epoca a fronteggiare nuovi domini bellici in cui si confrontano potenze vecchie e nuove con tipologie di armi e azioni parallele e spesso conseguenti ai risultati raggiunti dalla tecnologia che determina importanti impatti nell’organizzazione della società e nella vita comune di ogni cittadino.

Va da sé che occorre quindi mutuare questi schemi di pensiero dell’arte militare, che comunque ricorrono immutati nella storia, pur esprimendosi di volta in volta con fenomeni e scoperte nuove che, a parità di paradigma, determinano un cambio o comunque un adeguamento dello strumento bellico o dell’organizzazione della società, a nuovi modelli di difesa o, a seconda della prospettiva, di espansione anche militare della propria influenza.

Sorvolando su ogni possibile esemplificazione circa questi concetti, ormai intuitivi e legati allo sviluppo di tecnologie frutto di scoperte che hanno modificato di conseguenza le modalità belliche – passando dall’uso dei metalli per la realizzazione di spade più resistenti, all’apparizione di macchine volanti sulle trincee nemiche e relative strategie con dottrine operative conseguenti – l’evoluzione della società all’informatizzazione totale, ha pertanto generato nuovi domini conseguenti e forme di conflitto diverse da quelle dichiarate o cinetiche.

Il cyberspazio come ambito di difesa.

 

Nella fase attuale, la dottrina NATO[1] ha riconosciuto il nuovo dominio cyber, oltre ai secolari domini di terra, mare, aria e, da ultimo, lo spazio, come nuovo campo di battaglia di guerre, spesso non dichiarate ed invisibili, che possiedono la potenzialità, qualora palesate nella loro reale natura, di abbattere la capacità industriale, energetica e di organizzazione sociale, di una nazione intera e sconvolgere l’esistenza di intere popolazioni. Non occorre citare gli esiti di importanti campagne offensive di natura informatica ancorché non eseguite da potenze statuali, ma anche da entità diverse, sia a fini criminali che terroristici, la cui qualificazione dipende esclusivamente dalle capacità della nazione bersaglio di stabilirne la corretta attribuzione e, pertanto, comprenderne lo scopo anche geopolitico[2].

Pare dunque significativo ritenere che ogni interferenza del dominio cyber, attesa la “sacralità” ancorché virtuale dei suoi confini e la sua piena dipendenza per l’ordinato e democratico svolgersi della vita civile, debba essere considerata difesa del “sacro suolo”[3].

La carenza di competenze di cybersecurity: una emergenza nazionale.

 

Consultando le numerose ricerche svolte sulla scarsità di competenze in materia di cybersecurity, emerge chiaramente come un settore così delicato per la sicurezza delle società moderne sia gravemente privo di “difensori”[4]. Ciò tanto nel settore pubblico che nel settore privato. L’elaborazione di apposite strategie, non consente di trovare attraverso i tradizionali percorsi decisionali e gestionali su investimenti per la formazione delle competenze, alcuna soluzione determinante. Infatti, complesse rimodulazioni di programmi di formazione già esistenti, macchinose operazioni di finanza pubblica o gravosi investimenti anche per il privato, non consentono di colmare comunque la grave carenza di tali competenze. In parallelo, concorre l’impossibilità di acquisire competenze estere, tema che comunque mal si concilierebbero con l’appetibilità dell’offerta di lavoro nazionale per causa di normative fiscali controproducenti in materia di retribuzioni sia pubbliche che private e comunque con temi di sicurezza nazionale.

L’art. 11 e l’art. 52 della Costituzione circa la guerra e i doveri per la difesa della Patria.

 

Come previsto dalla Costituzione, “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali;” e statuisce che “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”, fornendo la chiara modalità di interpretazione delle complesse vicende geopolitiche di questa epoca, ormai priva di certezze e pericolosamente spinta verso derive non ancora chiaramente definibili, ma che se non adeguatamente arginate e mitigate certamente influiranno sulla capacità di resilienza della nostra società nazionale, come fino ad oggi la abbiamo vissuta e sulla quale è fondata la stabilità economica e sociale.

Occorre pertanto andare a declinare le nuove forme nelle quali deve esprimersi il “sacro dovere” del cittadino di difendere la Patria, superando i confini cognitivi che slegano gli attuali e futuri eventi bellici dalla vita quotidiana della comunità nazionale, ritenendoli lontani non solo geograficamente ma anche percettivamente. Le nuove dimensioni di territorio patrio escono ormai da una realtà territoriale e includono, ora, la porzione di cyberspace che determina l’ordinato e confortevole svolgimento della vita sociale ed economica della “Patria” anche indipendentemente dai sui confini fisici, laddove essi esistano, o siano concepibili per l’infosfera, e pertanto richiedendo nuove forme di mobilitazione sociale e competenziale di massa per la sua salvaguardia e continuità.

Il ruolo delle forze armate per la crescita culturale della Nazione.

 

“Com’è noto il servizio obbligatorio di leva venne sospeso nel 2004 con la legge Martino. Un’istituzione durata 143 anni, dalla nascita del Regno d’Italia fino al gennaio 2005 quando giurarono i nati nel 1985, l’ultimo scaglione di leva. Quei mesi di coscrizione obbligatoria (prima 24 poi 12) per molti giovani rappresentarono una finestra verso un mondo fino ad allora sconosciuto: la propria Nazione. Quella chiamata obbligò infatti i giovani che raggiungevano la maggiore età a partire da casa superando, magari per la prima volta, i confini del proprio paese. Non a caso in tanti riconoscono il servizio militare obbligatorio quale strumento che facilitò la costruzione dell’unità d’Italia, oltre che la diffusione dell’italiano.”[5]

Le precedenti frasi, sono tratte integralmente dalla pagina web istituzionale dell’Esercito, dedicata alla lodevole iniziativa atta a mantenere il ricordo su una esperienza che ha positivamente segnato tante generazioni e di cui ancora oggi se ne vede l’effetto ed i risultati nelle fasce attualmente più mature, nonché maggiormente “combattive” e produttive. Da segnalare lo scopo formativo e pedagogico che tali esperienze hanno fornito a tutta la popolazione all’epoca idonea al servizio militare obbligatorio.

Tale esperienza ci ripropone la visuale su un modello di organizzazione sociale che era frutto di una contrapposizione bipolare di potenze che agitavano lo spettro dell’olocausto nucleare per imporre al mondo un equilibrio, ancorché fragile, che al contempo ha consentito alle società occidentali di risorgere da terribili conflitti generati da ideologie tossiche ed autodistruttive del secolo scorso, poi soppiantate da altre a contenuto più blando, ma non meno letali, sviluppando comunque un imponente progresso culturale, crescita economica e conseguente benessere. Tale fase è terminata alla fine degli anni ‘80 con gli avvenimenti geopolitici legati al fallimento di una delle ideologie dominanti, da cui si è generata a partire dagli anni ‘90, una nuova fase di equilibri ancora più fragili, provocando miriadi di conflitti diffusi, anche di lunga durata, che hanno visto generazioni intere di militari professionisti alternarsi in teatri operativi, a diversi livelli di intensità. Ebbene, l’attuale fase di maturità dello scenario geopolitico, declinato anche in forme innovative di totalitarismo e di confronto tra blocchi geopolitici, pur a geometria variabile e talvolta inaspettata, ma comunque irreversibilmente multipolare, richiede un nuovo modello di evoluzione “della costruzione dell’unità d’Italia” su un profilo economico ed industriale. Complementare a tale sentimento di coesione sociale, per il profilo geopolitico ed industriale, è una nuova alfabetizzazione, non per “la diffusione dell’italiano”, ma per apprendere i nuovi linguaggi tecnologici necessari per affrontare i nuovi scenari (potenziali, virtuali o reali) di conflitto, ancorché come già affermato, per sua nuova natura invisibile o non dichiarato e, in via complementare, per contribuire all’accrescimento della capacità industriali nazionali per le sfide dello scenario globale. Tale funzione di così forte contenuto esperienziale e formativo, il cui risultato efficace è basato sui consolidati effetti benefici che tale formula ha fornito sulla società occidentale nelle modalità declinate dalla nostra Costituzione, non può che essere il compito già assegnato dalla stessa alle Forze Armate e da queste, nella storia, svolto con dedizione e sacrificio.

La sospensione della leva. Osmosi di competenze, partnership pubblico/private, salvaguardia del territorio cyber nazionale per la resilienza complessiva della Patria.

 

Con la Legge 23 agosto 2004 n. 226: “Sospensione anticipata del servizio obbligatorio di leva e disciplina dei volontari di truppa in ferma prefissata, nonché delega al Governo per il conseguente coordinamento con la normativa di settore.”, la coscrizione obbligatoria venne di fatto abolita, pur mantenendo una struttura organizzativa e amministrativa atta a consentirne un ripristino che, però nel tempo, è via via divenuto sempre più non percorribile per molti fattori, non ultimo per la dismissione degli asset immobiliari necessari per il mantenimento di una organizzazione numerosa e per le esigenze ed emergenze nel tempo emerse che ne hanno richiesto il reimpiego, di fatto irreversibile, o la ormai improponibile ristrutturazione per eccessiva onerosità. Un eventuale ripristino della leva necessiterebbe quindi di diverse visioni strategiche e manageriali, esattamente congruenti con una differente declinazione della minaccia e della relativa modulazione di un modello di difesa per il nuovo dominio cyber. Tale ipotesi prescinde da una concezione fisica e cinetica della forza di impiego, ma opera su una dimensione tecnologica e intellettuale, in cui la parte logistico-alberghiera, pur dovendo essere adeguata ai dovuti standard di benessere psico-fisico del personale, comunque risolvibile con moderne formule di lease management, rappresenta una trascurabile quota in relazione agli stanziamenti legati all’arsenale tecnologico ed intellettivo che verrebbe ad esprimersi. In questa ipotesi, si tratterebbe di investimenti non già provenienti dai fondi di bilancio per la Difesa, che non andrebbero minimamente impattati, ma dalle risorse destinate agli investimenti in tecnologia e formazione, anche con innovative formule di partnerships pubblico-private e dalla rimodulazione delle iniziative sul reddito di cittadinanza ed analoghi istituti di doverosa assistenza e solidarietà sociale, convertendole con l’equivalente della retribuzione del militare di leva, coi medesimi obblighi e diritti e conseguenti opportunità di ingresso nel mondo del lavoro.

Il servizio militare “digitale”. Ipotesi di dispositivo di difesa militare cyber con la componente della leva “digitale” obbligatoria.

Il ripristino del servizio militare obbligatorio appare quindi una inevitabile scelta per accorrere a rinforzare il nuovo fronte cibernetico, al momento ancora presidiato da pochi, seppure qualificatissimi reparti militari e delle forze dell’ordine, estremamente preparati ed equipaggiati, attestati su bastioni di difesa imponenti e capisaldi in corrispondenza di infrastrutture critiche, ma le cui file non consentono di presidiare tutto il reticolo di camminamenti tra gli stessi che rappresentano idealmente il perimetro cyber nazionale, non solo come da definizione giuridica dello stesso da parte della recente normativa in tale materia[6]. Occorre una mobilitazione digitale di massa che formi, attraverso le modalità tipiche e funzionali della disciplina militare, una generazione di “militari di leva digitali” che, attraverso un adeguato percorso addestrativo militare, opportunamente modulato all’esigenza dell’impiego digitale di tale personale, ne formi il carattere e le competenze informatiche. Con il rilascio delle certificazioni internazionali cyber, analogamente a quanto fatto con le precedenti generazioni di militari di leva per le patenti speciali di guida dei veicoli militari e di tutte le altre abilitazioni all’utilizzo di apparati ed impianti che poi risultavano funzionali al collocamento in dignitosi e rispettabili posti di lavoro, si andrebbero a formare risorse pronte per il mondo civile. In passato, tale personale qualificato ed in possesso di un bagaglio significativo di esperienza maturata nel periodo di leva, ancorché di soli dodici mesi per la maggioranza, ma anche per l’attitudine al lavoro di squadra, al rispetto della gerarchia e alla visione di valori e tradizioni indispensabili per la crescita di una società sana e democratica che vede nei principi e non solo nel danaro il contributo al bene comune, ha contribuito alla riuscita ed al successo dell’economia nazionale, rendendo anche il posto di lavoro un luogo di accrescimento personale e professionale sulla base di quanto acquisito nell’esperienza militare.

Pertanto, con tale modello di leva obbligatoria, attraverso l’erogazione della formazione specialistica sulla base delle attitudini o delle capacità di ognuno, si arricchirebbe altresì il mondo aziendale di ogni tipologia di professionalità di cybersecurity, colmando nel giro di poche generazioni, qualsivoglia carenza di figure professionali ed instaurando anche un virtuoso processo di osmosi tra pubblico e privato, in analogia con le precedenti generazioni, anche nell’ambito della cooperazione civile e militare e nell’individuazione e gestione delle risorse “dual use”, per prevenirne utilizzi dannosi alla sicurezza del Paese e per creare di una credibile e innovativa forma di riserva militare nazionale su condivise convinzioni valoriali e professionali.

Da tale prospettiva appaiono pertanto reali le possibilità di articolare reparti militari che presidino il fronte cyber in ogni tipologia e tecnologia in cui esso si possa esprimere, consentendo di fornire ad ogni giovane, in età militare, di disporre di una professionalità certificata, dai livelli più alti di competenze, quali lo sviluppo e la programmazione, a quelli più tecnici per l’installazione fisica dell’hardware o di predisposizione delle opere civili adeguate per la protezione fisica dell’infrastruttura tecnologica, fornendo al mondo imprenditoriale una massa di persone competenti e referenziate, da retribuire adeguatamente e per assicurarsi la protezione cibernetica dell’azienda sotto ogni profilo necessario. Tale nuova visione del servizio militare obbligatorio, oltreché allontanarsi da schemi preconcetti e sterili circa la condizione militare, in tale definizione appare come reale e condivisa, a tutela della società democratica e a salvaguardia e sviluppo dell’economia nazionale[7]. Inoltre, essendo una attività militare eseguita comunque con strumenti informaticamente letali, ancorché virtuali ed immateriali, a seconda delle intenzioni di chi li utilizza, non suscita la connotazione ideologica negativa tipica, ma sconnessa dalla realtà fattuale, dell’antimilitarismo fine a sé stesso. In linea con tale visione, quindi, va anche considerato il contenuto dell’art. 37 del DL. 115 del 9 agosto 2022, il cosiddetto “Decreto Aiuti” che ha previsto una sostanziale innovazione nella visione fondamentalmente difensiva delle operazioni militari, inserendo la possibilità di contrattacco nella strategia di difesa cibernetica del nostro paese, ancor più caratterizzando la dimensione cyber come un fondamentale aspetto delle attività di difesa nazionale, sebbene attraverso misure di intelligence ed in presenza di requisiti ben precisi in tema di salvaguardia della vita umana, e quindi dei doveri conseguenti dei cittadini in tema di difesa della Patria.

Cyber-protezione civile, volontariato cyber e servizio civile: il superamento di ogni disabilità e la possibilità per tutti di difendere la Patria e proteggere ed assistere le fasce più fragili e deboli della società.

 

In parallelo alla leva obbligatoria e in alternativa o prosecuzione logica e funzionale alla stessa, possono essere parimenti avviate iniziative per l’istituzione di apposita specialità cyber nella protezione civile che contribuisca alla protezione cibernetica delle persone, in perfetto adempimento della normativa istitutiva[8] e di altre forme di volontariato cyber anche alla luce di coinvolgere tutti nella protezione informatica della Patria. Il grado di coinvolgimento dovrebbe essere il più ampio e partecipato da ogni articolazione e fascia della società, anche in quella più fragile o diversamente abile che, in questo modo potrebbe contribuire, in prima fila e con pari dignità e capacità, alla difesa della Patria ed alla protezione dei dati dei cittadini e degli stessi, anche attraverso l’assistenza delle generazioni meno digitali, la cura e l’accompagnamento delle stesse allo svolgimento delle operazioni per la fruizione delle prestazioni offerte dallo Stato. Queste prestazioni, fruibili sempre più in una forma spiccatamente digitale, rischiano di escludere la porzione più fragile e meritevole di aiuto e assistenza, a causa di una transizione digitale forzata che sta rendendo la pubblica amministrazione un portale sempre più rigido e freddo, incapace di cogliere le difficoltà ed i bisogni della popolazione, tradendo gli scopi originari dell’automazione ed accelerazione finalizzata alla fruibilità dei servizi e non al controllo sociale. Una diffusione del volontariato cyber consentirebbe quindi di mitigare il rischio di disumanizzazione del rapporto con il cittadino ridando un volto umano ad una macchina che molti soggetti fragili rischierebbero di affrontare nella solitudine e nell’abbandono. In questa nuova era informatica, anche potendosi ipotizzare una società ampiamente digitalizzata, la presenza di generazioni in tal modo formate in ambito istituzionale, anche sulle frontiere più avanzate della tecnologia, ma arricchite da criteri valoriali, immutabili nel tempo, quale tipica derivazione dalla condizione militare, avvierebbe un ampio dibattito nella società sulla visione etica, filosofica e di diritto umanitario del dominio cyber, quale patrimonio culturale della Nazione e non solo come retaggio esclusivo per gli addetti ai lavori con visione tendenzialmente industriale, funzionale ed organizzativa.

[1] Warsaw Summit Communiqué issued by the Heads of State and Government participating in the meeting of the North Atlantic Council in Warsaw 8-9 July 2016, para 70 -71, https://www.nato.int/cps/en/natohq/official_texts_133169.htm#cyber.

[2] “Per quanto concerne gli esiti delle azioni ostili, si è registrata una significativa prevalenza di offensive tese a inibire l’erogazione di servizi, attraverso il ricorso ad armi digitali in grado di eliminare dati e programmi presenti nei sistemi dei dispositivi target, rendendoli inutilizzabili (circa il 31% del totale, in aumento di 30 punti percentuali rispetto all’anno precedente), seguite da azioni funzionali a successivi attacchi (scese all’11%, con una differenza di circa 30 punti percentuali rispetto al 2021)”, Relazione al Parlamento 2022, Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, https://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/relazione-annuale/relazione-al-parlamento-2022.html. .

[3] “Di fatto, l’uso del cyber come arma offensiva all’interno di un conflitto geopolitico potrebbe essere considerato una strategia militare in quanto consente interruzioni pur mantenendo la negazione, o almeno, non provocando un’escalation immediata. Ovvero: dal momento che non abbiamo una visibilità perfetta in tutte le reti di Infrastrutture Critiche, è difficile rilevare in modo affidabile i primi segnali di tali azioni coordinate e attribuirli in modo accurato. Pertanto, a fronte di questa escalation di attacchi perpetrati ai danni delle Infrastrutture Critiche, è sempre più necessario prendere misure proattive in termini di protezione/prevenzione che deve essere diffusa, aggiornata e strutturata secondo criteri solidi, validati e condivisi.”, Rapporto Clusit sulla Sicurezza Informatica – versione ottobre 2022, pag. 92, https://clusit.it/wp-content/uploads/download/Rapporto-Clusit-ottobre-2022_web.pdf.

[4] “In sintesi, un bacino di profili ICT ultra-specializzati particolarmente ristretto comporta una spendibilità delle competenze limitata e una contrazione molto forte, che ostacola i piani di crescita delle aziende di tutto il Paese”. Rapporto Clusit sulla Sicurezza Informatica – versione ottobre 2022, pag. 68, https://clusit.it/wp-content/uploads/download/Rapporto-Clusit-ottobre-2022_web.pdf.

[5] https://www.esercito.difesa.it/comunicazione/Pagine/Servizio-militare-di-Leva-racconta-la-tua-storia_180119.aspx.

[6] Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri (DPCM) 30 luglio 2020, n. 131 e DL. 21 settembre 2019, n. 105, “Disposizioni urgenti in materia di perimetro di sicurezza nazionale cibernetica”.

[7] “In general, the purpose of cyber conscription is to increase or support cyber capabilities in a country’s armed forces, ranging from IT support to cyber defence”, Cyber Conscription. Experience and Best Practice from Selected Countries, International Centre for Defence and Security, Estonia, 2021.

[8] Decreto Legislativo n.1 del 2 gennaio 2018: Codice della protezione civile definisce un sistema che consiste “…dall’insieme delle competenze e delle attività volte a tutelare la vita, l’integrità fisica, i beni, gli insediamenti, gli animali e l’ambiente dai danni o dal pericolo di danni derivanti da eventi calamitosi di origine naturale o derivanti dall’attività dell’uomo.”

Bibliografia

Autori vari, Relazione al Parlamento 2022, Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, 2022.

Autori vari. Rapporto 2022 sulla Sicurezza ICT in Italia, Clusit, 2022

Battaglia Salvatore, Ricordi di Sicilia: quando il servizio militare era obbligatorio, Ragusa oggi, 2021.

Bertolini Marco, Leva militare in Italia: sette domande al generale Marco Bertolini, Congedati Folgore, 2018.

Celentano Gianluca. Servizio di leva e responsabilizzazione: un’associazione costosa ma utile?, Difesa online,2022.

Franchi Massimo, Alberto Caruso de Carolis, Guerra Economica, Licosia Edizioni Collana Minerva, 2017.

Hurt, Martin; Sõmer, Tiia. Cyber Conscription: Experience and Best Practice from Selected Countries, International Centre for Defence and Security, Estonia, 2021.

Marotta Michele, Labonia Sergio. Servizio di leva e volontariato: riflessioni sociologiche, Collana del Centro Militare di Studi Strategici, 1990.

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